Il “Polentone” di Ponti (di Genuensis, da “Ponente d’Italia” – Rassegna mensile dell’attività ligure-piemontese, gennaio 1961, anno IX, Savona)

Correva l’anno (…) 1571, secondo gli uni, 1650 secondo gli altri (e poi qualcuno pretende di sapere dov’è il luogo di nascita esatto di Cristoforo Colombo!) quando le scolte del castello di Ponti, dimora avita di Edoardo del Carretto, di stirpe aleramica ch’ebbe nel tempo Savona in signoria, avvistavano un gruppo di uomini che arrancavano sulla rampa che conduceva al ponte levatoio.

Chiesto asilo, vennero introdotti nel cortile quadrato del vecchio macciere. Al marchese, informato dell’arrivo, dissero di essere poveri calderai calabresi che aggiustando pentole e paioli avevano risalito la penisola.

Ospitati dal signore e messi a riposare pentole e paioli, furono largamente sfamati con un pantagruelico banchetto a base di polenta, frittata, merluzzo con cipolle e vino.

Il calore dell’accoglienza spinse quegli uomini a dimostrare la loro gratitudine al signore costruendo un enorme paiolo adatto alla cottura di una mastodontica polenta.

Data da allora – anno più, anno meno – la tradizione del Polentone di Ponti, che non è soltanto una sagra del nostro popolare folklore.

Con la sua franca genuinità, con la sua paesana gentilezza, il “Polentone” esalta la tradizione gastronomica del povero, sano e gustoso cibo delle nostre campagne, la concordia fra le popolazioni di due lontane e generose regioni quali il Monferrato e la Calabria, una sorta di gemellaggio nord-sud ante litteram.

 

Oggi il castello di Ponti è un gigantesco rudere che appare al turista che, per la Savona-Acqui, risalga la suggestiva valle, come uno spento fantasma d’altri tempi.

Ma il ricordo dei suoi splendori rivive ogni anno nel periodo carnevalesco.

Il Marchese Del Carretto ritorna per un giorno seguito dai suoi paggi, dai feudatari, dai vassalli, dai calderai e, fra un’immensa turba di popolo, presiede alla distribuzione della colossale polenta di oltre sei quintali col contorno di una frittata di seicento uova ed una ventina di merluzzi cucinati con circa due quintali di cipolle.

Il tutto “arrosè” dal buon vino, nato dalle nozze del sole con la terra, questa nobile e vecchia terra “dalle vigne gettate sulle ventitré” come nell’ode farfaiana “Veni, vidi… viti”.

Quindici cuochi s’affaccendano alla bisogna, fra i canti e le danze, le esibizioni di gruppi corali e di complessi folkloristici.

E quando dal fumante paiolo, alzato da una gru manovrata i abili cuochi, la dorata valanga morbida e gustosa si rovescia sull'immenso tagliere, sulla piazza che bolle di suoni, canti e danze, sale un grido solo, immane, che ci riporta a riti e miti primordiali quando il soddisfacimento del bisogno primo di ogni essere umano era sempre in forse: "La polenta, la polenta!"